cos'è il marketing . immagine astratta con diverse scritte che riguardano l'attività imprenditoriale che formano una lampadina

Il marketing non è quello che pensi

Il marketing viene confuso con la pubblicità, i social media, le campagne online. Questa confusione non è innocua: costa soldi, costa tempo, costa opportunità. Prima di delegare qualsiasi cosa a qualsiasi agenzia, c'è una domanda a cui ogni imprenditore dovrebbe saper rispondere. Cosa è davvero il marketing.

C’è una parola che tutti usano, pochi capiscono e quasi nessuno sa definire con precisione. Quella parola è “marketing”. Se chiedi a dieci imprenditori cos’è il marketing, otterrai dieci risposte diverse — e nove di esse avranno in comune almeno un elemento: la pubblicità, i social media, le campagne online, gli influencer, il sito web. Qualcosa di visibile, di esterno, di delegabile a qualcun altro.

Il problema è che quelle nove risposte sono sbagliate. Non parzialmente sbagliate. Sbagliate alla radice.

Questa confusione non è innocua. Costa soldi, costa tempo, costa opportunità. Ogni anno migliaia di imprenditori italiani investono in “marketing” — campagne, agenzie, consulenti, tools digitali — e non ottengono i risultati sperati. Poi danno la colpa al mercato, alla congiuntura, alla concorrenza sleale. Raramente si fermano a chiedersi se forse stavano costruendo sul fondamento sbagliato.

Questo articolo non vuole venderti nulla né convincerti che esiste una formula magica. Vuole fare una cosa sola: rimettere la parola “marketing” al posto giusto. Perché finché non sai cos’è il marketing davvero, non puoi usarlo davvero.

Una parola, un secolo di equivoci

Il termine “marketing” è entrato nel vocabolario comune degli imprenditori italiani soprattutto negli ultimi trent’anni, cavalcando l’onda della comunicazione di massa prima e del digitale poi. Nel frattempo, però, ha perso progressivamente il suo significato originario, appiattendosi su tutto ciò che riguarda la comunicazione esterna dell’impresa.

Vale la pena tornare all’inizio, perché la storia dice qualcosa di preciso.

La prima definizione formale di marketing risale al 1907 e la dobbiamo ad Arch Wilkinson Shaw, imprenditore, editore e successivamente professore alla Harvard Business School. Shaw non stava descrivendo la pubblicità. Stava descrivendo l’intera attività economica vista come un sistema: la creazione di un prodotto o servizio, la sua comunicazione, la sua distribuzione, il suo scambio con il cliente. Tutto. Non una parte, non lo strato esterno. Tutto.

Qualche decennio dopo, nel 1954, Peter Drucker — l’uomo che ha praticamente inventato la scienza del management moderno, autore di oltre trentacinque libri e punto di riferimento per generazioni di imprenditori — scrive qualcosa di ancora più netto. Sostiene che il marketing è talmente importante da non poter essere considerato una funzione separata dell’impresa, perché è l’intera impresa vista dal punto di vista del suo risultato finale: la soddisfazione del cliente.

Drucker non stava parlando di campagne pubblicitarie. Stava parlando di come un’impresa pensa, decide e si organizza.

Philip Kotler, che nel 1967 pubblica la prima edizione di Marketing Management — ancora oggi il testo di riferimento in ogni business school del mondo — definisce il marketing come il processo sociale attraverso il quale individui e gruppi ottengono ciò di cui hanno bisogno attraverso la creazione, l’offerta e lo scambio di prodotti e servizi di valore. Anche qui: un processo. Non uno strumento, non un reparto, non una campagna.

Tre autori, tre epoche diverse, una sola direzione: il marketing è l’impresa. Non una sua componente decorativa.

Come si è arrivati all’equivoco sul marketing strategico

Se la definizione era così chiara fin dall’inizio, come mai oggi quasi nessuno la riconosce?

La risposta sta nella storia economica del Novecento. Per decenni, le aziende che padroneggiavano davvero il marketing nel suo significato più ampio erano i grandi player globali — le multinazionali, i colossi della distribuzione, le corporation con uffici di strategia, divisioni di ricerca e sviluppo, dipartimenti interi dedicati all’analisi del mercato. Per le piccole e medie imprese, il marketing aziendale era un lusso teorico. Bastava fare bene il proprio prodotto, tenersi stretti i clienti di sempre e aspettare che il passaparola facesse il resto.

In quel contesto storico, l’unica faccia visibile del marketing era la pubblicità. Lo spot in televisione, l’annuncio sul giornale locale, il volantino nella cassetta della posta. Facile da vedere, facile da misurare in modo approssimativo, facile da associare alla parola “marketing”. L’associazione si è cristallizzata, ed è rimasta anche quando il mondo è cambiato completamente.

Poi è arrivato il digitale, e con lui una proliferazione straordinaria di strumenti, canali, figure professionali, corsi, libri, guru e piattaforme. Ognuno di questi strumenti si è presentato come “marketing”. I social media sono marketing. La SEO è marketing. Le campagne Google sono marketing. Il personal branding è marketing. L’email automation è marketing. Gli influencer sono marketing.

Tecnicamente, ciascuna di queste cose può essere uno strumento del marketing. Ma uno strumento non è la strategia, così come un martello non è l’architettura. Eppure, a forza di parlare di martelli, abbiamo dimenticato che esistono gli architetti.

Cos’è il marketing: la definizione che cambia tutto

La parola “marketing” viene dall’inglese e significa, letteralmente, immettere sul mercato. Mettere a disposizione del pubblico. Porre in vendita.

Già questa etimologia dice tutto: il marketing presuppone che dietro ci sia qualcosa. Un prodotto pensato per qualcuno, costruito per rispondere a un bisogno reale, distribuito in modo che il cliente possa trovarlo, comunicato in modo che il cliente capisca perché sceglierlo. Togliere uno qualunque di questi elementi e il processo si spezza.

Il marketing, dunque, è l’insieme delle decisioni che un imprenditore prende per portare la propria offerta al mercato nel modo più efficace possibile. Decisioni su cosa produrre, per chi, a quale prezzo, attraverso quali canali, con quale messaggio. Decisioni che precedono qualsiasi campagna pubblicitaria e che determinano se quella campagna avrà senso o sarà semplicemente rumore costoso.

Questa è la tesi centrale del mio libro La Sofisticazione del Marketing: il risultato di qualsiasi attività economica è il frutto di scelte imprenditoriali. Non di algoritmi, non di budget pubblicitari, non del numero di follower su Instagram. Di scelte. Scelte informate, basate su conoscenza del mercato, del cliente, della concorrenza, di sé stessi. Il marketing è l’insieme di quelle informazioni e di quegli strumenti che permettono all’imprenditore di scegliere bene.

Un imprenditore che non conosce il marketing non è libero di scegliere. Improvvisa.

La delega che non si può fare

C’è un corollario importante a tutto questo, e riguarda la gestione quotidiana dell’impresa.

Se il marketing è la pubblicità, allora puoi delegarlo. Chiami un’agenzia, firmi un contratto, aspetti i risultati. Se la campagna non funziona, cambi agenzia. Il problema è sempre fuori di te.

Se invece il marketing è l’insieme delle decisioni strategiche che definiscono come la tua impresa si posiziona sul mercato, chi vuole servire, quale valore intende offrire e come intende comunicarlo, allora non puoi delegarlo. Puoi delegare l’esecuzione — le campagne, i contenuti, la gestione dei canali — ma non puoi delegare il pensiero che sta dietro. Quel pensiero è il tuo marketing, ed è inseparabile dalla tua impresa.

Pensate a cosa succede quando questa distinzione viene ignorata. Un’azienda affida la propria comunicazione a un soggetto esterno senza aver definito in modo chiaro quale messaggio vuole dare al mercato, a quale pubblico si rivolge, quale posizione vuole occupare nella mente del cliente. Il soggetto esterno farà del suo meglio, ma nella migliore delle ipotesi costruirà qualcosa di generico. Nella peggiore, comunicherà qualcosa che l’azienda non vuole comunicare — e il danno sarà ben più costoso del risparmio ottenuto non assumendo un direttore marketing.

Non è un caso teorico. Accade continuamente, in tutti i settori, in aziende di ogni dimensione.

Il punto di partenza

Capire cos’è il marketing non è un esercizio accademico. È il punto di partenza obbligatorio per chiunque voglia costruire un’impresa solida in un mercato competitivo.

Oggi i mercati sono saturi. L’offerta supera la domanda praticamente in ogni settore. I clienti hanno a disposizione più scelte di quante riescano a valutarne consapevolmente. In questo scenario, chi si limita a “fare il proprio mestiere” e a delegare il marketing a chi si occupa di comunicazione, sta affidando le sorti della propria impresa a qualcuno che non ne conosce le fondamenta.

La sofisticazione del marketing di cui parlo nel titolo del mio libro non è una complicazione fine a sé stessa. È la risposta naturale a un mercato che si è fatto più complesso. Un tempo bastava produrre bene. Poi è servito anche vendere bene. Oggi serve fare tutto questo e, in più, capire profondamente chi è il tuo cliente, cosa lo muove, come si informa, perché dovrebbe scegliere te invece di chiunque altro.

Questa conoscenza si chiama marketing. Prima di tutto, è una responsabilità dell’imprenditore.

Domande frequenti sul marketing

Cos’è il marketing secondo una definizione semplice? Il marketing è l’insieme delle decisioni e delle attività che un’impresa mette in atto per portare la propria offerta al mercato nel modo più efficace. Non è solo pubblicità: include la definizione del prodotto, del prezzo, dei canali di distribuzione e della comunicazione. Secondo l’American Marketing Association, il marketing è l’attività attraverso cui le organizzazioni creano, comunicano e scambiano offerte che hanno valore per clienti e società.

Qual è la differenza tra marketing e pubblicità? La pubblicità è uno strumento del marketing — uno dei tanti. Il marketing è la logica strategica che decide se, quando e come usare quel strumento. Un’impresa può fare ottima pubblicità e avere una strategia di marketing debole. In quel caso, la pubblicità comunica bene qualcosa che nessuno vuole sentire.

Perché un imprenditore deve conoscere il marketing? Perché il marketing è l’insieme delle decisioni che determinano come l’impresa si posiziona sul mercato. Delegare l’esecuzione è possibile e spesso necessario. Delegare il pensiero strategico significa perdere il controllo della propria impresa — e pagarne le conseguenze in termini di clienti, fatturato e crescita.

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Carmine Rinaldi

Consulente di marketing strategico e autore di La Sofisticazione del Marketing — Ordine nel Caos. Lavora con imprenditori e professionisti che vogliono costruire un'impresa solida partendo dalle decisioni giuste, non dagli strumenti sbagliati.

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